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Solo gli individui risolvono la crisi economica

Solo gli individui risolvono la crisi economica
Se c’è una cosa che ho imparato divulgando l’economia tra i più giovani e non solo, è che non è tanto importante insegnare loro risposte, quanto esaminare le loro domande. Non è tanto importante oggi mettere in discussione le risposte ai tanti interrogativi che incombono sul futuro dell’economia italiana, quanto le domande e come vengono formulate.

Mi spiego meglio. Mi sono trovato diverse volte a raccontare la favola del vetro rotto di Frederic Bastiat a ragazzi e ad adulti. Con essa il grande economista francese dell’Ottocento ha mostrato come la folla analizzi i problemi economici soffermandosi su ciò che si vede e dimenticandosi ciò che non si vede. Questo fenomeno interessa anche oggi molte persone e le porta ad appoggiare interventi artificiali (pubblici) nell’economia ignorandone il costo, spesso disperso su una grande popolazione oppure spostato sulle generazione future. Quando i miei interlocutori si rendono conto che la maggior parte degli interventi pubblici ha una serie di conseguenze non intenzionali che vanno in direzione diametralmente opposta a quella promessa, la domanda seguente è quasi sempre: “ma allora non si può fare nulla per risolvere la crisi?”.

“Ma allora non si può fare nulla per risolvere la crisi?” è una domanda che contiene implicitamente una supposizione: che l’unico che possa fare qualcosa sull’economia sia lo Stato. “L’economia può esser cambiata solo dallo Stato” pensa evidentemente l’interlocutore che eguaglia l’inefficacia dell’interventismo pubblico all’impossibilità per l’uomo di invertire la direzione preoccupante del ciclo economico. D’altronde questa idea è probabilmente condivisa anche da chi pensa all’economia come ad una materia fredda e noiosa che non sia meritevole di interesse, né tantomeno di spazio nei curriculum scolastici. Se l’economia è una materia avulsa dalla quotidianità, è perché si pensa che l’individuo debba delegarla a qualcun altro.

Partendo da queste premesse concettuali, le risposte che i governi daranno alla crisi economica saranno inevitabilmente inefficaci. Perché la domanda di fondo, gira e rigira, sarà sempre: “cosa può fare lo Stato per risolvere la crisi economica?”. Molti lettori di queste colonne risponderanno che lo Stato ha già fatto fin troppo per la crisi economica, aggiungendo imposte a una mole di imposte, debito a una montagna di debito, regole a un ginepraio di regole, droga monetaria a overdosi di liquidità. Molti altri si divideranno su quale sia l’intervento giusto da mettere in atto, se un sussidio, un incentivo, una riforma; e ancora, se lo Stato debba sostenere gli imprenditori o i lavoratori, i giovani o i pensionati, i dipendenti o gli autonomi.

La domanda che, invece, manca quasi sempre all’appello è: “cosa può fare l’individuo per risolvere la crisi economica?”. Oggi sembra una domanda ridicola tanto quanto pensare di svuotare un lago con un cucchiaino, ma questo perché viviamo in un’epoca economica alquanto anomala; un tempo in cui lo Stato si offre di migliorare il benessere dell’individuo producendo una quota determinante dei servizi che consuma, dall’istruzione alla previdenza. Questo non si era mai verificato prima del Novecento e genera molta separazione tra l’economia e l’individuo che si trova nell’impossibilità di scegliere molte delle cose che vive.

Eppure, la risposta migliore dell’individuo di fronte alla crisi economica sarebbe quella di produrre maggiore valore. Non essendo il PIL altro che la somma del valore aggiunto prodotto in un determinato anno, l’individuo che riesce a creare maggiore valore è quello che contribuisce maggiormente all’economia del proprio Paese. “Perseguendo il proprio interesse, un individuo spesso fa progredire la società più efficacemente di quando intende davvero farla progredire”: la società in cui viviamo non ha ancora capito fino in fondo questa famosa frase di Adam Smith e continua a “curare” la crisi economica con le sue stesse cause – manipolando il denaro, alimentando debito e consumo, dirigendo un’economia complessa con il timone inconsistente del Governo.

Immagino che la prima domanda che veniva in mente ai nostri nonni e ai nostri antenati in tempo di povertà fosse: “cosa posso fare io di fronte alla crisi economica?”. Di fronte alla mancanza di soldi, ogni famiglia rispondeva riducendo le uscite e cercando di aumentare le entrate, non pensava certo a come risolvere i suoi problemi attraverso lo Stato. Adam Smith diceva anche che ciò che è buon senso nel governo di una famiglia non può essere follia nel governo di un grande regno. Cosa direbbe di elettori che affrontano la crisi economica chiedendo allo Stato di fare esattamente l’opposto di una famiglia di buon senso, ovvero di aumentare la spesa e di fare più debito?

Oggi non è importante divulgare risposte, è fondamentale mettere in discussione le domande che automaticamente vengono formulate da generazioni cresciute nella bolla del welfare state. “Cosa può fare lo Stato per la crisi?” è una domanda che andava bene qualche decennio fa. Ora lo Stato non può più rispondere alla crisi come faceva un tempo, espandendo debito e consumo. La domanda che ci resta da fare – e che, fortunatamente, è anche quella più corretta – è: “cosa può fare l’individuo per la crisi?”. Quando più persone si accorgeranno che gran parte della loro possibilità di aggiungere valore all’economia è ostacolata dallo Stato stesso, allora con buona probabilità arriveranno risposte che affronteranno le radici di questa crisi economica e ci permetteranno di superarla.
Emilio Rocca
www.leoniblog.it
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