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Ben oltre la violazione del galateo istituzionale

Ben oltre la violazione del galateo istituzionale
È piuttosto difficile negare che i francesi siano campioni mondiali di antipatia, anche se, per esperienza diretta, devo riconoscere che sono dei bravi marinai e che le loro donne sono dotate di un fascino particolare.

Erano Galli, un popolo di barbari, sottomesso dalla legioni di Giulio Cesare e per lungo tempo furono fedeli difensori dei confini dell’Impero Romano. Si montarono la testa con Carlo Magno, che, in quanto Longobardo, a rigore non era neppure del tutto francese, anche se figlio di Pipino il breve. Il Regno dei Franchi venne istituito perché al Papa risultò utile avere al centro dell’Europa una forza militare da schierare, di volta in volta, contro la Spagna, l’Inghilterra o i vari Regni germanici. Qualcuno ha ricordato, non senza malizia, che, se non avessero avuto come Regina Caterina dei Medici, non avrebbero il magnifico Palais de Luxemburg e forse mangerebbero ancora con le mani. Fecero una importante Rivoluzione, nata all’insegna dei grandi principi di Voltaire, Rousseau e Montesquieu, ma finita miseramente con il terrore e le tricoteuses che si divertivano di fronte all’orrendo dello spettacolo della ghigliottina. Ebbero la fortuna di potersi avvalere del genio di un generale corso, che non soltanto si rivelò un grande stratega e guerriero, vincitore di epiche battaglie, ma che riuscì ad infondere uno spirito nazionale, dando un assetto allo Stato, che sostanzialmente dura ancora nei nostri giorni. Purtroppo non si sono mai più liberati di quel riflesso di grandeur imperiale, nonostante umiliazioni come quella della Seconda Guerra Mondiale, in cui l’esercito tedesco invase l’intera Francia in una sola settimana e costituì un Governo fantoccio, che rimase al servizio della Germania fino a quando il furbo De Gaulle non riuscì ad intrufolarsi con una sua piccola formazione militare nella sfilata trionfale sugli Champs Elisèes delle forze alleate, americane ed inglesi, che avevano lasciato quasi centomila morti nelle valli della Normandia ed avevano sbaragliato le “invincibile armata” di Hitler. Grazie a questo, non solo fu ospitata a Parigi la conferenza per la pace, ma con un posto da Nazione vincitrice, che non competeva alla Francia, a cui venne anche riconosciuto un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Invece l’Italia, pur con il merito di una gloriosa lotta di resistenza, fu trattata da nazione sconfitta e dovette affidare la tutela del proprio onore alla composta dignità di Alcide De Gasperi, che, sia pure con dimessa eleganza, seppe farsi rispettare, almeno personalmente.

La Francia è un Paese fondatore dell’Unione Europea, ma chi ha memoria lunga, ricorda che lo stesso De Gaulle, riuscì di fatto a far prevalere quella che egli chiamava l’Europa delle Patrie, cioè una confederazione di Stati sovrani, rispetto alla ben diversa idea di Stati Uniti d’Europa, che avevano sognato gli autori del manifesto di Ventotene. Inoltre la Repubblica francese volle lo scioglimento della Comunità Europea di Difesa, che sarebbe stata il cardine dell’Unione politica, condannando quindi il Vecchio Continente ad essere una semplice Unione di carattere economico. Chi ha memoria non ha potuto cancellare il ricordo del persistente ed anacronistico richiamo colonialista d’oltralpe e la lunga resistenza per l’Algeria francese condotta dall’OAS, ma con importanti complicità di Governo. La Costituzione Europea, documento complesso e frutto di un lungo travaglio, firmata a Roma nel cinquantesimo anniversario dei Trattati istitutivi della CEE, dell’Euratom e della CED, fu bocciata dal referendum del popolo francese, che, come quello olandese, disse di no.

Fin qui è la storia che, secondo i diversi punti di vista, può essere letta dando un’enfasi più rafforzata o più sbiadita agli stessi fatti, ma nella sostanza non può essere sovvertita. Poi abbiamo la cronaca dei nostri giorni, che impone l’uso dell’aggettivo “miserabile” e certo non a carico dei francesi. Un vicepresidente del Consiglio dei Ministri, (cioè non il numero due del Governo italiano, ma un personaggio che condivide il primato politico con l’altro vice, posto che il Presidente al massimo può andar fiero del suo non contare nulla) potrebbe mai responsabilmente solidarizzare con gli organizzatori di un movimento di piazza, dedito a mettere a soqquadro la Francia, a distruggere vetrine e negozi, a bruciare auto ed a scontrarsi violentemente con le forze di polizia? Il ritiro dell’Ambasciatore, fatto simbolicamente gravissimo, è il minimo che Macròn potesse decidere. Se il gesto di solidarietà e la proposta di amicizia ed alleanza politica ai rivoltosi gilet gialli fosse stato portato dal solo “Che Guevara “ dei poveri Alessandro Di Battista, nessuno avrebbe avuto nulla da obiettare. Invece un esponente di elevatissimo rango del Governo in carica, mai avrebbe potuto compiere, senza sentire il dovere di dimettersi immediatamente, un gesto talmente grave. Non può bastare a giustificare il suo gesto la riconosciuta, totale ignoranza del galateo istituzionale, perché in questo caso si tratta di un atto di ostilità gratuita ed inammissibile, posto in essere da parte di un alto esponente del Governo in carica verso un Paese amico, alleato nella NATO e nell’Unione Europea.

Molto più furbo è stato l’altro vice presidente, che, infastidito dall’atteggiamento arrogante di Macron sull’immigrazione, ha risposto chiedendo la consegna dei terroristi condannati in Italia e che si rifugiano da decenni in Francia, in forza di quella che viene chiamata la dottrina Mitterand. Il gesto del minus habens Di Maio impone invece, come elegantemente ha fatto il capo dello Stato, a ciascun italiano, ed in primo luogo a chi scrive, di chiedere scusa al popolo francese, al suo Presidente ed al suo Governo, mettendo da parte ogni eventuale forma di maggiore o minore simpatia verso quella Nazione.



Stefano de Luca - www.rivoluzione-liberale.it

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