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Penso che sia giusto dare la possibilità a tutti i Liberali di esprimere il loro pensiero anche su questo libero blog oppure di commentare ciò che ci trovano sopra scritto da chiunque. Non esistono controlli di alcun genere per cui chi vuole può firmarsi o scegliersi un nick-name (meglio per non generare confusione).
Credo che mai in Italia ci sia stata la necessità come adesso di confrontarsi per vedere se riusciamo a costruire (o meglio ricostruire) qualcosa di sano e nuovo.
Grazie per l’attenzione.
C.Cristofani


ps.: tutto quello che verrà inviato sarà pubblicato salvo ci siano offese pensieri che possano danneggiare qualcuno Raccomandazione doverosa ma inutile vista la platea.
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Neoliberismo in Italia: chi l’ha visto?

Neoliberismo in Italia: chi l’ha visto?
Corrado Griffa - www.econopoly.ilsole24ore.com
L’autore di questo post è Corrado Griffa, manager bancario ed industriale (CFO, CEO), consulente aziendale in Italia e all’estero, giornalista pubblicista –

Il termine neoliberismo contraddistingue ormai, nella discussione quotidiana nel nostro Paese fra politici, media e blogger, quanto c’è di negativo – o meglio: si ritiene ci sia di negativo – nell’economia di mercato e nel capitalismo; termine ormai assunto a descrivere i fenomeni, le azioni, i comportamenti più esecrabili dei “padroni delle ferriere” interessati (unicamente o principalmente) al proprio utile, pronti a spremere i lavoratori sino all’ultima goccia e limitarne i diritti, interessati ad assumere posizioni dominanti rispetto alla concorrenza anche con pratiche definite “predatorie”, dediti unicamente al bieco “laissez faire”, oramai inarrestabili nella loro conquista di potere, attività, braccia e cervelli. Non entriamo nella valutazione qualitativa, quella che ricorre a categorie e termini come utile/inutile e buono/cattivo; molto più modestamente cercheremo di valutare l’esistenza e la consistenza di quei fenomeni, appena descritti, che vengono etichettati come neoliberismo e quindi negativi.

I numeri, nella loro semplicità, ci aiuteranno a descrivere il tutto: o meglio, il contrario di quanto le voci appena descritte vogliono farci intendere; fatto 100 il PIL nazionale (1.716 miliardi di euro nel 2017, fonte ISTAT) incominciamo a quantificare quanto PIL è prodotto dallo Stato, nelle sue varie forme, e rileviamo che il 49,7% del PIL nazionale (852 miliardi di euro, fonte MEF ed ISTAT) è direttamente da ascrivere a entità dello stato, entità dove troviamo difficile identificare quei fenomeni da “padroni delle ferriere” sopra descritti; quasi sempre questa componente di PIL ascribivile allo Stato è al di fuori di logiche di mercato, quindi è PIL fornito in situazioni di monopolio (naturale o per legge); le attività gestite dalle amministrazioni comunali aggiungono 86,5 miliardi di euro al Pil (fonte, ISTAT).

Aggiungiamo i servizi forniti da enti ed aziende possedute dagli enti territoriali locali (come le aziende che si occupano di trasporto locale, raccolta e gestione dei rifiuti, gestione dell’acqua) che operano sulla base spesso di concessioni, quindi a diretto contatto e diretta dipendenza dalla mano pubblica; secondo stime (mai certezze nel Belpaese…) le società partecipate dallo Stato centrale e locale sono circa 10.500 ed hanno prodotto 252,6 miliardi di PIL (dato 2015, ultimo disponibile; fonte Report ISTAT 23 ottobre 2017) e con queste arriviamo ad una quota vicina al 70% del PIL nazionale: 1.191,1 miliardi di euro. Questa fetta dell’economia nazionale ci sembra connotata da stretti e proficui legami fra proprietà (assente…), management (politicamente ”allineato”), sindacati (ben lieti di avere tali proprietà e management, pronti a concedere ancor prima di vederselo chiedere).
Vorremmo passare inoltre a conteggiare tutto quel PIL che dipende, per via di concessione statale, dal “bello e cattivo tempo” della mano pubblica, come la concessione delle autostrade, i servizi di navigazione sui laghi, che tutto si può dire tranne che operino in regime di mercato e di libera concorrenza; non abbiamo trovato dati puntuali, ma non dubitiamo che queste attività possano rappresentare una quota non banale di PIL, stimabile (è uno sport nazionale, suvvia! fare stime…) fra il 5% e l’8% del PIL nazionale, e così abbiamo già superato il 74 per cento.

Ci consentirete, speriamo, di conteggiare il valore di PIL prodotto dai servizi delle Poste resi in regime cosiddetto protetto a tutela di tutti i cittadini, come quelli resi dagli sportelli postali e delle Ferrovie dello Stato resi in regime di concessione esclusiva (quindi, i ricavi delle attività dei treni ad alta velocità, svolti in regime di concorrenza con terzi, sono esclusi). Avremo dimenticato qualche attività; anche con tali possibili dimenticanze, la quota di PIL che possiamo definire neostatalista e statalista supera il 75% del PIL nazionale.

E allora, dove sta questo pericoloso neoliberismo che a detta della ormai chiassosa maggioranza politica, sindacale, giornalistica è il male da combattere con politiche di intervento statale? Chi l’ha visto, il neoliberismo?

Il male profondo, piuttosto, è l’eccessiva, debordante, elefantiaca, onnipresente, inefficiente mano pubblica che come una piovra si è impadronita del Paese, sulla via lastricata di buone intenzioni ma che sempre conduce all’inferno, e lo ha reso incapace di pensare, agire, fare.
Se c’è una cosa da fare è questa: smantellare, pietra dopo pietra, lo statalismo che è ormai in noi.

Twitter @CorradoGriffa

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