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Pseudodemocrazia: Il vantaggio dei cretini

Pseudodemocrazia: Il vantaggio dei cretini
C’è quella frase sconsolata di Leonardo Sciascia (“A futura memoria”) che ogni tanto mi accade di ricordare: “...i cretini sono tanti e godono ottima salute non mentale che consente loro di passare a un fanatismo all’altro...”.

Una proposizione tragica, specie per chi crede, malgrado tutto, nella democrazia, sistema fondato sul numero di consensi, dai quali dipende l’attribuzione del potere. Certo, la democrazia ha i suoi rischi, che per lo più dipendono dalla constatazione di Leonardo Sciascia.

Alcide De Gasperi, che si informava dei risultati delle elezioni (trionfali per il suo partito, la Dc) del 18 aprile 1948, quando apprese che in Calabria Costantino Mortati, insigne costituzionalista, uno dei principali artefici della Costituzione da poco varata, era stato battuto e trombato e che invece era stato trionfalmente eletto un certo avvocato (padre di un altro ancora sul campo...) già professore di storia e dottrina del fascismo, rimase di stucco e, poi disse: “che volete... questi sono i rischi della democrazia: presente come capolista Mortati e rimane a piedi e Continua a leggere
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Cristoforo Cristofani

Pseudodemocrazia: Il vantaggio dei cretini

Pseudodemocrazia: Il vantaggio dei cretini
C’è quella frase sconsolata di Leonardo Sciascia (“A futura memoria”) che ogni tanto mi accade di ricordare: “...i cretini sono tanti e godono ottima salute non mentale che consente loro di passare a un fanatismo all’altro...”.

Una proposizione tragica, specie per chi crede, malgrado tutto, nella democrazia, sistema fondato sul numero di consensi, dai quali dipende l’attribuzione del potere. Certo, la democrazia ha i suoi rischi, che per lo più dipendono dalla constatazione di Leonardo Sciascia.

Alcide De Gasperi, che si informava dei risultati delle elezioni (trionfali per il suo partito, la Dc) del 18 aprile 1948, quando apprese che in Calabria Costantino Mortati, insigne costituzionalista, uno dei principali artefici della Costituzione da poco varata, era stato battuto e trombato e che invece era stato trionfalmente eletto un certo avvocato (padre di un altro ancora sul campo...) già professore di storia e dottrina del fascismo, rimase di stucco e, poi disse: “che volete... questi sono i rischi della democrazia: presente come capolista Mortati e rimane a piedi e viene fuori e trionfa nientemeno che xxxxx!”.

Alcide De Gasperi parlava quando le elezioni erano elezioni e la scelta di un ex spacciatore di storia e dottrina del fascismo invece che di un illustre costituzionalista universalmente conosciuto come tale, la potevano fare gli elettori con il voto di preferenza. Non avrebbe immaginato che poi, abolito il voto di preferenza, a far passare avanti gli spacciatori di cazzate rispetto a (eventualmente esistenti) uomini di scienza e coscienza sarebbero stati gli stessi partiti o sedicenti tali che presentano le liste e dispongono chi nelle liste deve essere eletto e chi ci deve stare a far numero. Ma questo richiamo a un episodio della storia elettorale (per me nemmeno troppo antica: in quelle elezioni del 1948 io votai per la prima volta) mi ha distratto da un’ulteriore considerazione, ancor più grave e dolorosa di quanto già non lo sia quella di Leonardo Sciascia.

A parte il fatto che né De Gasperi per i pseudo professori di fascismo né Sciascia per i cretini avrebbero mai immaginato che, oltre che ad accaparrarsi voti di preferenza avrebbero finito per fare delle loro liste e che le liste dei cretini potessero cavarsela benissimo, certi esempi e certi ammonimenti del passato non avrebbero potuto, e mai lo hanno fatto, prevedere che alle liste dei cretini e degli ignoranti (categorie contigue) poteva essere attribuito addirittura una sorta di “premio di maggioranza”. E, intendiamoci, un premio non in caso di successo e di prevalenza numerica sulle persone normali, ma un premio, non so se così definibile, da attribuirsi in partenza ai cretini e agli ignoranti perché sono cretini e ignoranti.

Il premio, che non è un premio da poco, è un premio di credibilità o, per essere più precisi ed a scanso di equivoci, di credulità. Se un partito costituito da persone appena normali, espressione di una cultura o anche di una subcultura appena normale, avesse proclamato essere nel suo programma o voler adottare come tale la sfilza di provvedimenti sulla giustizia che il magistrato “cittadino di cento città”, destinato, in quanto condannato a morte da Totò Riina, ad ottenere ciò che gli aggrada, cosa che al momento pare sia avere la leadership ed essere il rappresentante nel governo in fatto di giustizia del partito Cinque Stelle (di proprietà della Casaleggio & Grillo S.p.a.), i punti programmati sbandierati alla manifestazione (organizzata da Casaleggio) ad Ivrea, si sarebbe levato un coro di proteste, un grido di allarme. Basta leggere i sei punti del programma stesso (riportati con grande chiarezza da “La Stampa” dell’11 aprile).

Tutti in galera, pene per la corruzione più o meno pari a quelle per l’omicidio, abolizione, in pratica, della prescrizione con la possibilità, per i processi penali di durare tutti gli anni che piacciano ai signori magistrati, più intercettazioni telefoniche, anche di quelle al droghiere per farsi mandare la spesa a casa, sequestri dei beni dei sospettabili di essere sospettati di corruzione, ingaggio di agenti provocatori per sollecitare la corruzione anche di chi non è corrotto... Un programma simile sarebbe sufficiente a seppellire nel dileggio e nel ridicolo ogni partito normale di persone normali.

Ma, dette queste cose da un Di Matteo e accettate da un Di Maio presente e plaudente, non hanno affatto sollevato le reazioni dovute. Se si perdesse un po’ di tempo a riprendere, commentare, illustrare, catalogare tutte le baggianate dei Cinque Stelle (e, in fatto di giustizia, quelle di certi magistrati che i Cinque Stelle adorano e ai quali obbediscono) se ne potrebbe fare un libro, a metà strada dal libro dell’orrore ed il libro umoristico. Ma, poverini, sono ignoranti e cretini. Meritano un premio di “comprensione”. Ecco il “premio di maggioranza” cui nemmeno Leonardo Sciascia aveva pensato.

Mauro Mellini - www.opinione.it

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