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“Le idee hanno conseguenze”: Hayek e la causa della libertà

“Le idee hanno conseguenze”: Hayek e la causa della libertà
Qualche anno dopo aver ricevuto il Premio Nobel per l’Economia, Friedrich Von Hayek disse: «quand’ero giovane, soltanto i vecchi credevano nel libero mercato; quand’ero un uomo di mezza età, ero praticamente il solo a crederci; e ora ho il piacere di aver vissuto tanto a lungo da vedere che i giovani cominciano a credere nel libero mercato. È un cambiamento epocale». Era il 1978 e il cambiamento epocale, dopo decenni di sbornia keynesiana, era solo ai suoi albori: l’anno seguente, infatti, Margaret Thatcher avrebbe vinto le elezioni nel Regno Unito; due anni dopo, sarebbe stato il turno della schiacciante vittoria di Ronald Reagan negli Stati Uniti. Se tutto ciò stava avvenendo, il merito era soprattutto di Hayek, che era riuscito a tenere alta la bandiera del liberalismo classico durante tutti quegli anni in cui i politici, sia di destra che di sinistra, avevano usato l’impalcatura teorica offerta da Keynes per giustificare un’estensione sregolata e ultra-invasiva dello Stato nell’economia.

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Cristoforo Cristofani

“Le idee hanno conseguenze”: Hayek e la causa della libertà

“Le idee hanno conseguenze”: Hayek e la causa della libertà
Qualche anno dopo aver ricevuto il Premio Nobel per l’Economia, Friedrich Von Hayek disse: «quand’ero giovane, soltanto i vecchi credevano nel libero mercato; quand’ero un uomo di mezza età, ero praticamente il solo a crederci; e ora ho il piacere di aver vissuto tanto a lungo da vedere che i giovani cominciano a credere nel libero mercato. È un cambiamento epocale». Era il 1978 e il cambiamento epocale, dopo decenni di sbornia keynesiana, era solo ai suoi albori: l’anno seguente, infatti, Margaret Thatcher avrebbe vinto le elezioni nel Regno Unito; due anni dopo, sarebbe stato il turno della schiacciante vittoria di Ronald Reagan negli Stati Uniti. Se tutto ciò stava avvenendo, il merito era soprattutto di Hayek, che era riuscito a tenere alta la bandiera del liberalismo classico durante tutti quegli anni in cui i politici, sia di destra che di sinistra, avevano usato l’impalcatura teorica offerta da Keynes per giustificare un’estensione sregolata e ultra-invasiva dello Stato nell’economia.

Oggi, però, contrariamente alla speranza di Hayek, i giovani non sembrano più credere nei valori del libero mercato. I sondaggi condotti annualmente dal Pew Research Center mostrano un crescente apprezzamento dei millennials statunitensi (18-29 anni) verso il “socialismo”. Addio, quindi, sogno americano, la cui architrave è costituita dall’etica individuale e liberal-liberista? Non proprio. Perché quando nei medesimi sondaggi si giunge alla domanda «meglio un’economia di mercato o una controllata dal Governo?», gli stessi giovani rispondono in massa in favore dalla prima. Come si spiega una simile divergenza? La risposta è intuitiva: non è vero che i giovani non credono nei valori del libero mercato; più semplicemente, non li conoscono. O, addirittura, non li riconoscono. La generazione dei millennials è quella che più di tutte ha usufruito delle immense possibilità offerte dall’apertura dei mercati globali e dalla libera circolazione delle persone. Tutto ciò è merito dell’applicazione su larga scala dei valori del liberalismo: ma questo lo dicono in pochi. Essa è anche, però, la generazione che incontra più difficoltà nell’entrare stabilmente nel mercato del lavoro e che viene spremuta sempre più per finanziare un welfare generoso con tutti, meno che con lei. E sono in tanti a ritenere che sia stato il (fantomatico) “neo-liberismo” a renderci tutti più poveri e insicuri. Nulla di più falso: è l’ancora troppo pressante e soffocante peso dello Stato a comprimere e rallentare il processo di diffusione della ricchezza creata dall’impresa privata e dall’economia libera. E questo tanto negli Stati Uniti quanto (e più) in Italia.

Come si fa, quindi, a far capire ai giovani (e meno giovani) che non esiste sistema migliore del libero mercato? Diffondere la lezione di Hayek è il punto da cui partire. Io stesso ho cominciato il mio cammino di adesione ai valori del liberalismo dopo la lettura de “La via verso la schiavitù”: solo dopo aver divorato quel phamplet – lucido, rigoroso, appassionato – ho scoperto di essere stato fino ad allora uno di quei “socialisti di tutti i partiti”, a cui il libro si rivolge. E sono sicuro che Hayek potrà avere lo stesso effetto liberatorio su molti altri. Utilissimo, al riguardo, torna quindi una delle ultime pubblicazioni dell’Istituto Bruno Leoni: “Hayek. L’essenziale”, di Donald J. Boudreaux (Professore di economia alla George Mason University). In questo breve testo, con un linguaggio semplice e accessibile, Boudreaux presenta tutte le coordinate essenziali del pensiero di Hayek a vantaggio di quanti si accostano all’opera del pensatore austriaco per la prima volta: dal funzionamento del meccanismo dei prezzi e della concorrenza alle riflessioni giuridiche (che, anche grazie all’influenza di Bruno Leoni, sono tra le più ricche di implicazioni feconde, come ha ricordato Nicola Porro sul Giornale), passando per la spiegazione delle dannose dinamiche inflazionistiche… Come scrive Boudreaux nel capitolo conclusivo del suo libro, “le idee hanno conseguenze”: dall’adozione di una determinata politica in luogo di un’altra passa spesso lo sviluppo della società; e questa scelta è determinata dalle idee “vincenti”, che hanno conquistato il sostegno dell’opinione pubblica. La lettura e la comprensione di Hayek ci aiutano, allora, a portare avanti la battaglia in favore del libero mercato: «le idee di Hayek, tra le più profonde mai formulate nel campo delle scienze sociali, continueranno a nutrire la causa della libertà per molte generazioni a venire». Del resto – come usava fare Margaret Thatcher mostrando una copia de «La società libera» di Hayek a quanti le chiedevano cosa avrebbe fatto il suo governo – dobbiamo sempre essere pronti a ripetere «This is what we believe!». Questo è quello in cui crediamo!
Giuseppe Portonera - www.leoniblog.it

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