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Neoliberismo in Italia: chi l’ha visto?

Neoliberismo in Italia: chi l’ha visto?
Corrado Griffa - www.econopoly.ilsole24ore.com
L’autore di questo post è Corrado Griffa, manager bancario ed industriale (CFO, CEO), consulente aziendale in Italia e all’estero, giornalista pubblicista –

Il termine neoliberismo contraddistingue ormai, nella discussione quotidiana nel nostro Paese fra politici, media e blogger, quanto c’è di negativo – o meglio: si ritiene ci sia di negativo – nell’economia di mercato e nel capitalismo; termine ormai assunto a descrivere i fenomeni, le azioni, i comportamenti più esecrabili dei “padroni delle ferriere” interessati (unicamente o principalmente) al proprio utile, pronti a spremere i lavoratori sino all’ultima goccia e limitarne i diritti, interessati ad assumere posizioni dominanti rispetto alla concorrenza anche con pratiche definite “predatorie”, dediti unicamente al bieco “laissez faire”, oramai inarrestabili nella loro conquista di potere, attività, braccia e cervelli. Non entriamo nella valutazione qualitativa, quella che ricorre a categorie e termini come utile/inutile e buono/cattivo; molto più modestamente cercheremo di valutare l’esistenza e la consistenza di quei fenomeni, appena descritti, che vengono etichettati come neoliberismo e quindi negativi.

I numeri, nella loro semplicità, ci aiuteranno a descrivere il tutto: o meglio, il contrario di quanto le voci appena descritte vogliono farci intendere; fatto 100 il PIL nazionale (1.716 miliardi di euro nel 2017, fonte ISTAT) incominciamo a quantificare quanto PIL è prodotto dallo Stato, nelle sue varie forme, e rileviamo che il 49,7% del PIL nazionale (852 miliardi di euro, fonte MEF ed ISTAT) è direttamente da ascrivere a entità dello stato, entità dove troviamo difficile identificare quei fenomeni da “padroni delle ferriere” sopra descritti; quasi sempre questa componente di PIL ascribivile allo Stato è al di fuori di logiche di mercato, quindi è PIL fornito in situazioni di monopolio (naturale o per legge); le attività gestite dalle amministrazioni comunali aggiungono 86,5 miliardi di euro al Pil (fonte, ISTAT).

Aggiungiamo i servizi forniti da enti ed aziende possedute dagli enti territoriali locali (come le aziende che si occupano di trasporto locale, raccolta e gestione dei rifiuti, gestione dell’acqua) che operano sulla base spesso di concessioni, quindi a diretto contatto e diretta dipendenza dalla mano pubblica; secondo stime (mai certezze nel Belpaese…) le società partecipate dallo Stato centrale e locale sono circa 10.500 ed hanno prodotto 252,6 miliardi di PIL (dato 2015, ultimo disponibile; fonte Report ISTAT 23 ottobre 2017) e con queste arriviamo ad una quota vicina al 70% del PIL nazionale: 1.191,1 miliardi di euro. Questa fetta dell’economia nazionale ci sembra connotata da stretti e proficui legami fra proprietà (assente…), management (politicamente ”allineato”), sindacati (ben lieti di avere tali proprietà e management, pronti a concedere ancor prima di vederselo chiedere).
Vorremmo passare inoltre a conteggiare tutto quel PIL che dipende, per via di concessione statale, dal “bello e cattivo tempo” della mano pubblica, come la concessione delle autostrade, i servizi di navigazione sui laghi, che tutto si può dire tranne che operino in regime di mercato e di libera concorrenza; non abbiamo trovato dati puntuali, ma non dubitiamo che queste attività possano rappresentare una quota non banale di PIL, stimabile (è uno sport nazionale, suvvia! fare stime…) fra il 5% e l’8% del PIL nazionale, e così abbiamo già superato il 74 per cento.

Ci consentirete, speriamo, di conteggiare il valore di PIL prodotto dai servizi delle Poste resi in regime cosiddetto protetto a tutela di tutti i cittadini, come quelli resi dagli sportelli postali e delle Ferrovie dello Stato resi in regime di concessione esclusiva (quindi, i ricavi delle attività dei treni ad alta velocità, svolti in regime di concorrenza con terzi, sono esclusi). Avremo dimenticato qualche attività; anche con tali possibili dimenticanze, la quota di PIL che possiamo definire neostatalista e statalista supera il 75% del PIL nazionale.

E allora, dove sta questo pericoloso neoliberismo che a detta della ormai chiassosa maggioranza politica, sindacale, giornalistica è il male da combattere con politiche di intervento statale? Chi l’ha visto, il neoliberismo?

Il male profondo, piuttosto, è l’eccessiva, debordante, elefantiaca, onnipresente, inefficiente mano pubblica che come una piovra si è impadronita del Paese, sulla via lastricata di buone intenzioni ma che sempre conduce all’inferno, e lo ha reso incapace di pensare, agire, fare.
Se c’è una cosa da fare è questa: smantellare, pietra dopo pietra, lo statalismo che è ormai in noi.

Twitter @CorradoGriffa
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