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Il virus più letale è lo statalismo socialista

Il virus più letale è lo statalismo socialista
Pubblichiamo qui un intervento dell’economista spagnolo Jesùs Huerta de Soto (Madrid 1956), esponente della Scuola austriaca e docente di Economia politica alla Rey Juan Carlos University di Madrid.

Il virus più letale è la coercizione istituzionalizzata che costituisce il Dna inseparabile dello Stato e che può persino arrivare a negare, alla sua origine, l’emergere di una pandemia. Sono state fatte sparire prove, sono stati perseguitati e messi a tacere scienziati e dottori eroici per il semplice fatto che per primi hanno compreso e messo in evidenza la gravità del problema, facendo sì che si perdessero, cosi, settimane e mesi. Il tutto a un costo immenso: centinaia di migliaia di persone sono morte mentre si stava diffondendo, in tutto il mondo, una pandemia che inizialmente, alla luce delle statistiche ufficiali scandalosamente manipolate al ribasso, non sembrava nulla di grave.

Il virus più letale è l’esistenza di pesanti apparati burocratici e organizzazioni sovranazionali che non hanno saputo e non hanno voluto controllare, sul posto, la realtà dei fatti, ma che hanno accettato, ciecamente, le informazioni ricevute, sostenendo in ogni momento e persino lodando e rendendosi complici di tutte le misure coercitive e restrittive adottate.

Il virus più letale è l’illusione che lo Stato possa garantire la nostra salute pubblica e il nostro benessere universale, quando la scienza economica ci ha dimostrato che è teoricamente impossibile che un qualsivoglia pianificatore centrale riesca a dare un contenuto coerente e coordinato ai suoi mandati coercitivi per raggiungere i suoi ampollosi obiettivi. In primo luogo questo si deve all’immenso volume d’informazioni e di conoscenze che sarebbero necessarie per l’adempimento di tale compito e di cui un organo politico centrale non può, necessariamente, disporre. E in secondo luogo, in particolare, perché la coercizione istituzionale propria dello stato, influenzando il corpo sociale degli esseri umani, che sono gli unici in grado di coordinarsi spontaneamente e di creare e produrre ricchezza, blocca e rende impossibile l’emergere di quell’informazione di prima mano che è esattamente ciò di cui lo Stato avrebbe bisogno per dare un contenuto coordinatore ai suoi mandati. Questo, in sostanza, è il teorema dell’impossibilità del socialismo scoperto e sviluppato da Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek negli Anni Venti del secolo scorso e senza il quale non è concepibile capire cosa sia successo nella storia del mondo.

Il virus più letale è la dipendenza e la complicità d’innumerevoli scienziati, esperti e intellettuali con lo Stato. Questa simbiosi, in un momento di ebrezza del potere, lascia disarmata e inerme una società civile manipolata, la quale, ad esempio, viene incoraggiata dal governo stesso, a partecipare a manifestazioni di centinaia di migliaia di persone in una fase in cui, il virus si stava già diffondendo in modo esponenziale. E tutto questo, vale la pena ricordarlo, solo quattro giorni prima che divenisse nota la decisione, da parte del governo spagnolo, di dichiarare lo stato di allarme e di confinare in modo coercitivo l’intera popolazione iberica.

Il virus più letale è la demonizzazione dell’iniziativa privata e l’autoregolazione agile ed efficiente che la caratterizza. Il tutto mentre si divinizza la mano pubblica in tutti gli ambiti: la famiglia, l’istruzione, le pensioni, l’occupazione, il settore finanziario e, ora con particolare rilevanza, il sistema sanitario. Eppure, più di dodici milioni di spagnoli, incluso come campione qualificato quasi il 90 per cento degli oltre due milioni di funzionari statali (e non dimentichiamoci che tra questi c’è il vicepresidente del governo stesso), ha liberamente preferito l’assistenza sanitaria privata a quella pubblica. Difatti, nonostante l’immenso, eroico e mai ben riconosciuto lavoro dei suoi medici e sanitari, è impossibile che quest’ultima si sbarazzi delle sue contraddizioni interne, delle sue liste di attesa e della sua collaudata incapacità in materia di prevenzione e protezione universali per i suoi membri. E così, continuamente e usando due pesi e due misure, qualsiasi fallimento, per quanto piccolo, nel settore privato è denunciato, quando, invece, i fallimenti molto più gravi e clamorosi del settore pubblico sono considerati la prova definitiva che non si sta spendendo abbastanza e che le sue dimensioni devono essere ulteriormente aumentate.

Il virus più letale è la propaganda politica incanalata attraverso i mezzi di comunicazione di stato e da quelli privati che da esso, però, dipendono. Dai tempi di Goebbels è noto che è possibile convertire in verità ufficiali un’intera serie di menzogne ​​ripetute spietatamente alla popolazione. Ad esempio: che la nostra sanità pubblica è la migliore al mondo; che la spesa pubblica non ha smesso di diminuire dopo l’ultima crisi; che le tasse sono pagate dai “ricchi” e che, tuttavia, questi ultimi non pagano mai il giusto; che il salario minimo non danneggia l’occupazione; che i prezzi massimi non producono penurie; che il reddito minimo universale è la panacea del benessere; che i paesi dell’Europa settentrionale sono egoisti e poco solidali nel rifiutarsi di sovvenzionare il nostro debito; che i morti sono quelli segnalati ufficialmente e non quelli reali; che ci sono solo poche centinaia di migliaia d’infetti; che facciamo test più che sufficienti; che le mascherine non erano necessarie e potremmo andare avanti ancora per molto. Tutte bugie, sia chiaro, che qualsiasi cittadino moderatamente diligente sarebbe in grado di smentire.

Il virus più mortale è l’uso corrotto della terminologia politica che utilizza metafore ingannevoli per ipnotizzare la popolazione e renderla ancora più docile e dipendente dallo Stato. Si dice, ad esempio, che ci troviamo a combattere “una guerra” e che quando la vinceremo, sarà necessario iniziare la “ricostruzione”. Tuttavia non siamo né in guerra, né è necessario ricostruire nulla. Fortunatamente, tutte le nostre fabbriche, le nostre strutture e i nostri beni di capitale sono intatti. Aspettano solo che domani torniamo a lavoro usando al meglio le nostre energie e il nostro spirito imprenditoriale per poter riprenderci rapidamente da questa brusca battuta d’arresto. Perché tutto ciò possa avvenire, però, è essenziale che vi sia una politica economica basata su meno Stato e maggiore libertà d’impresa, che riduca le tasse e le normative, risani e cerchi l’equilibrio dei conti pubblici, liberalizzi il mercato del lavoro e generi sicurezza giuridica e fiducia. E nello stesso modo in cui, dopo la seconda guerra mondiale, la Germania di Adenauer ed Erhard emerse grazie a questa politica liberale da una situazione molto più grave, il nostro paese sarà condannato a viaggiare al rallentatore e a vivere impoverito se insisteremo nel seguire la strada opposta, quella socialista.

Il virus più letale consiste nella deificazione della ragione umana e nell’uso sistematico della coercizione che s’incarna nello Stato. Quest’ultimo ci si presenta con la pelle d’agnello come la quintessenza di un “buonismo” che ci tenta con la possibilità di raggiungere il nirvana qui e ora; di conseguire la “giustizia sociale” e porre fine alla disuguaglianza, dissimulando che il Leviatano si nutre dell’invidia ed esacerbando l’odio e il risentimento sociale. In definitiva, il futuro dell’umanità dipenderà dalla sua capacità di immunizzarsi dal virus più letale: il socialismo, che infetta l’anima umana e che ha infettato tutti.


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